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1982

Una data fondamentale in casa Viale: Beppe, marito-allenatore, ricorda:

OTTOBRE 1981, RITA MARCHISIO AD UN BIVIO: CHE FARE?
Nonna Margherita - che adotta temporaneamente Sara e Silvia - dà il via libera alla vittoria di Osaka

Dopo aver vinto quattro titoli regionali sui 1.500 m. e 3.000 m. indoor, cross e 3.000 m. all’aperto, con un 16’24”3 sui 5.000 m. (pista in cemento di Moretta), 16.708 metri nell’ora su pista ed un 4° posto agli Assoluti di Maratonina di Verona - tutto questo in un’annata abbastanza difficile, con due bimbe piccole (Sara, nata il 17.12.78, Silvia il 01.04.80) e la perdita del papà ai primi di maggio dopo una lunga malattia - Rita Marchisio era ad un bivio: cosa fare? A livello regionale aveva vinto tutto. Dopo un lungo parlare, vista la propensione di Rita per le gare più lunghe, decidemmo di provare a preparare la maratona. In quel momento non avevo ancora molta esperienza come allenatore, anche se avevo fatto il corso regionale nel 1978 con preparatori nel mezzofondo e fondo (Madaro, Canova, Porqueddu). Ma a quei tempi la Maratona era soltanto agli inizi e ognuno si arrangiava a suo modo, “inventando” anche le cose più disparate. Mi misi comunque a chiedere qua e là ulteriori informazioni sulla preparazione e approntai un programma che Rita iniziò a seguire da fine ottobre. Per le prime settimane avevamo previsto soltanto di incrementare il volume degli allenamenti, pur mantenendo sempre i lavori di potenziamento in salita e su percorsi sterrati sulle rive della Stura, perché fino a quel momento Rita non aveva mai fatto lavori tanto lunghi. A metà novembre venne chiamata ad un raduno della Nazionale: fece dei buoni test ed i responsabili le dissero di continuare la preparazione così come aveva iniziato, dandole soltanto alcune indicazioni inerenti le percentuali di lavoro che avrebbe dovuto svolgere, in pratica quello che già stava facendo. Venne richiamata ancora ad inizio dicembre ed i test furono nuovamente positivi, in quanto stava migliorando sia nella resistenza che sui ritmi, ma dovette abbandonare il raduno anzitempo per una laringite febbrile. Da quel momento, comunque, i consigli dei responsabili furono più specifici, con indicazioni su ritmi e volumi di lavoro giornalieri. Rita partecipò ad un altro raduno della Nazionale tra Natale e Capodanno e fu lì che, dopo un test di 20 km sotto la pioggia, con ritmi finali al di sotto dei 3’30”/ Km, che arrivò la proposta scioccante. Rita mi telefonò: «Qua sono tutti matti! Pensa che vogliono mandarmi ad Osaka, in Giappone, a fare la maratona a fi ne gennaio. Hanno due inviti (Fogli e Cruciata), ma queste due non sono in forma e non vogliono andare, per cui vogliono portare me e la Elena Dugono... Ma io come faccio con Sara e Silvia?… Non è più la gara dove parti al mattino e arrivi la sera… Lì bisogna stare via 10 giorni come minimo…». Io le risposi: «Va bin! Di’ loro che ci pensiamo e poi gli faremo sapere». Rita tornò a casa convinta di non poter accettare l’invito. Dopo un lungo discutere, trovammo la soluzione: chiedere a nonna Margherita (la mamma di Rita) se sarebbe venuta ad accudire le bimbe. Richiesta subito esaudita. Intanto Rita continuava la preparazione migliorando di giorno in giorno.
Arrivò dunque il fatidico giorno: il 24 gennaio 1982, alle ore 8,45, il telefono squillò in casa Viale:
«Sun Rita!»
«Cuma va?» le chiedo.
«L’hai vagnà!…».
«Ses mata?!…»
Poi chiese di salutare le bimbe, qualche parola sullo svolgimento della gara, sul tempo impiegato (2h32’55”, miglior prestazione italiana), e «Adesso vado a mangiare qualcosa e poi vado a dormire, perché qui è già sera…». Lì per lì non valutai la cosa nelle sue esatte proporzioni, anche perché avevo programmato di andare a messa delle 9 e non avevo il tempo di pensarci. Nel frattempo dalle agenzie di stampa rimbalzava la notizia di questa “mamma di Roata Chiusani” che, al suo esordio, aveva vinto la prima maratona solo femminile di Osaka, stabilendo anche il record italiano sulla distanza… Quando arrivai a casa da messa, parecchi amici avevano già telefonato per complimentarsi e il pranzo lo mangiai a singhiozzo tra una telefonata e l’altra. Ma era ancora nulla a confronto di ciò che sarebbe successo nel pomeriggio, quando, durante la trasmissione “Il calcio minuto per minuto”, venne data la notizia della vittoria di Rita ad Osaka: il telefono non smetteva più di suonare e per finire la cena fui costretto a staccarlo. La cosa continuò per diversi giorni, con un consigliere comunale che se ne arrivò il lunedì con due bandiere prese in Comune a Centallo e le espose alle ringhiere del terrazzo. Io gli dissi: «Ma l’è ‘l caso?…». Lui rispose: «L’è bel, e va bin!…». Ci furono anche imprevisti da affrontare, come l’arrivo di decine di giornalisti di tutte le testate, che trasformarono la nostra casa in un albergo ristorante.
Tornando ad Osaka, c’è da dire che la vittoria di Rita aveva spiazzato gli organizzatori, che non avevano previsto che una italiana potesse classificarsi nelle primissime posizioni (in gara c’erano tutte le migliori specialiste del mondo, anche perché si trattava della prima maratona solo femminile), per cui, per oltre 20 minuti, fino a quando non arrivò l’altra italiana, Elena Dugono, che parlava un po’ inglese, i cronisti non sapevano cosa dire di “questa sconosciuta”, questa donna al suo esordio in maratona ed in Nazionale.


Osaka 1982 partenza della maratona: Rita al centro col numero 12

Giapponesi a Caccia del “Segreto di Rita”
Al suo rientro in Italia, Rita non era sola: la seguiva una troupe televisiva giapponese che aveva fi lmato il suo arrivo vittorioso ad Osaka, i primi allenamenti dopo la gara e che ora «voleva vedere anche la sua famiglia, il paese dove viveva e si allenava». I giapponesi si fermarono diversi giorni e filmarono di tutto, il ghiaccio che si formava lungo i corsi d’acqua, le montagne innevate, il paesaggio. Ma la loro curiosità non era tutta lì: dopo un mese telefonarono chiedendo se potevano venire di nuovo per fi lmare gli allenamenti. E’ facile comprendere come questa seconda visita avesse uno scopo ben preciso: scoprire i metodi di preparazione, i segreti di Rita, anche perché le domande erano molto tecniche. I giapponesi prendevano appunti e registravano ogni nostra parola. L’arrivo dei Giapponesi a Roata Chiusani si ripeté per anni, fino a quando Rita appese le scarpe al chiodo.

 

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